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Marcolino Gandini, La politica del colore
di Gabriele Barrera

Immaginiamo di trovarci in una piazza, una piazza periferica di quelle che fino a pochi anni fa era ancora chiamata la Detroit italiana, ovvero la città di Torino. Immaginiamo in quanti modi possa essere vista e dunque raccontata dagli occhi di un artista, in quanti modi figurativamente e musicalmente tramite segni, cifre o lettere possa essere restituita in forma di opera artistica. Un'opera di qualsiasi forma, la visione torinese di una piazza con isola, spartitraffico, dall'erba striminzita, pochi alberi, dall'aria patita, automobili disseminati ovunque, palazzi di altezze e stile squisitamente diseguali, un gigantesco manifesto elettorale pro Berlusconi. Sarà alto quasi sei metri, con il volto, la cravatta e la giacca di ordinanza del cavaliere a sostituire quello che in altri tempi, in una Torino d'antan, sarebbe stato forse un monumento equestre. L'immagine che si è appena descritta e contenuta è riraccontata in forma d'opera artistica fra le tante nella brillante esposizione Marcolino Gandini, Simulazioni Urbane. Al centro dell'isola spartitraffico, Gandini immagina e dunque simula di piazzare un monumento antimonumentale, una delle sue ormai celebri architittosculture multicolori, una base a tre scalini, tre colori dal grigio all'azzurro al blu più scuro, che regge un trapezio irregolare di dimensioni inusitate, quasi un razzo pronto a lanciarsi non in verticale ma in direzione obliqua, si schianterebbe contro un palo della luce, è certo, un obelisco sui generis che cattura in sé come un prisma una sinfonia urbana del vaghissimo passato futurista, una gamma di colori prettamente musicali, ma che Marcolino Gandini, figlio di un compositore di Viù, facente parte del gruppo dei Perracchio, Vedini, Desideri, Rocca, Gedda, oltre ad Alfredo Casella e a Leone Sinigaglia, si diverta da sempre a contaminare l'arte figurativa a una personalissima sensibilità musicale, finendo per produrre vere e proprie scatole sonore, colorate, per citare la felice espressione di Andrea Savigno al secolo Andrea de' Chirico. A dire il vero lo avevamo sempre sospettato e addirittura sostenuto. Ed ecco perché genialmente le simulazioni urbane di Gandini, che non è importante sapere in questa sede se non siano state tradotte in realtà per difficoltà burocratiche, per ostacoli alla viabilità artistica, o per la volontà dell'autore di esplorare il territorio della virtualità come aderendo ad un progetto di città invisibili alla Italo-Calvino, che pare uscito da un risorto Oulipo-parigino, le simulazioni urbane, scrivevamo, possono dirsi davvero in perfetta armonia con l'etimo del sostantivo simulazione, così come l'aggettivo simile. A differenza di qualsiasi altro monumento di ideazione contemporanea che potrebbe essere piazzato in una piazza torinesi, la struttura multicolore di Gandini è assolutamente similis dalla radice indo-europea sem, cioè unico, rispetto al luogo in cui è inserita. È un tutt'uno, a ben vedere. La punta Bordeaux del trapezio piove giù direttamente dai tetti dei palazzi, ne muove il colore delle facciate e movimenta la successione dei volumi edilizi. Le lingue di grigio fra la base e il vertice chiamano a sé il grigio dell'asfalto e di alcuni scorci di facciate. Le angolature di azzurro sono strani calici in cui si riversano i colori del cielo. Il blu, così marcato, invece, sembra interpellare il manifesto, Monumento berlusconiano, le portiere delle auto al lato strada, alcune tapparelle che si intravedono lassù. E ancora non va dimenticato quel rosa, così squillante, bordato di nero. Pare voler chiamare a sé tutte le gradazioni simili di rosa nascoste dentro i palazzi, o chiuse nelle automobili, o la fascia del giubbotto di un motociclista di passaggio, o un comignolo come una calamita delle luminosità urbane, o uno squillo, per l'appunto, che vorrebbe risvegliare i singoli colorati presenze. E similmente alle nostre visioni simultanee di Inverto Boccioni, nel 1912, una piazza multicolore si mette in movimento, seguendo un flusso musicale o un richiamo quasi magnetico. Ed è vero, peraltro, che l'idea delle simulazioni urbane di Marcolino Gandini sono variazioni di una coerentissima ricerca, una ricerca che non si è mai adagiata su definizioni ampollose, in fondo paralizzanti, da costruttivismo astratto a costruttività del colore, così parlò Giulio Carlo Argan nel 1981, ma si è sempre tenuta lontana da ogni forma declamatoria. Ed è proprio questo il punto. La maggior parte dei monumenti, affidati ad un artista contemporaneo e installati in quella stessa piazza, su quella stessa isola spartitraffico, temiamo che avrebbero un valore monologico. Parlerebbero di sé. Le cose a colori, ideate/simulate da Marcolino Gandini, sono invece dialogiche, nel rapporto dialettico con tutto ciò che dissimile e circonda. All'interno di una polis, come Torino, discorrono di politica urbana senza proferir parola, risvegliando e facendo danzare le forme colorate preesistenti, invocando e sottolineando l'assenza dei colori che non rispondono all'appello. Un manifesto sugli errori e anche orrori architettonici delle periferie urbane non avrebbe altrettanto efficacia. Un progetto scritto di riqualificazione urbana, per dirla à la page, non si esprimerebbe con altrettanta evidenza. Esattamente il senso contrario rispetto ai progetti utopistici degli architetti dell'Illuminismo, al progetto di Ceno Tafio di Newton, 1784, di un Etienne Louis Boullé per fare un esempio fra i più conosciuti, le utopistiche simulazioni di Marcolino Gandini nel senso che non hanno luogo, ou topos, o non l'hanno ancora, non si propongono come totalmente accentrate su di sé, approfittando del carattere utopistico per aumentare a dismisura la propria distanza dal reale, ma, al contrario, si instaurano con il reale in duetto musicale. Instaurano con il reale un duetto musicale. Preferendo da sempre alla stasis figurativa il movimento o kinema di progressiva ricerca artistica, Gandini sembra sapere benissimo, pur proponendoli in forma di simulazioni, quali effetti cinetici sortirebbero per l'appunto dall'installazione reale, proprio in quella piazza, fra quei palazzi, fra quelle auto, della sua politica del colore. Immaginiamo con lui, ripensando al suo sorriso sornione, ad un via vai di passanti non più soltanto schiacciati, respinti a maestrati dall'ennesimo monumento solipsistico, ma, al contrario, interrogati, attratti, risucchiati da forme colorate che parlano di noi e della nostra polis. Immaginiamo la voglia di toccarli con mano, quei colori, per scoprire in modo del tutto infantile che gradazione di colore e calore hanno, girandoci attorno come ipnotizzati. Come se la piramide di Gandini, anno 1967, colori e tritici sul legno modellato 60x60, fosse divenuta improvvisamente una ghiotta piramide di caramelle colorate di Felix Gonzalez Torres, lasciando che i pargoli vengano a Marcolino Gandini.

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