Caritù, sono Marcolino Gandini e sono morto. E' la mia caratteristica principale. Se fossi vivo potreste pensare che dietro ai quadri che escono alle aste, nei musei, improvvisamente fotografati in una rivista di arredamenti tedesca, al salone del mobile di Milano, ci sia l'instancabile mia opera.
E invece da ormai cinque anni giaccio, tuttosommato soddisfatto in un cubo nero di marmo, al cimitero monumentale Verano di Roma, accanto ai suoceri (e vabeh).
Gli è che in rete, un morto, acquisisce una reale sostanza. Diventa come dire presente. Anche perchè io di calcolatori, come si dice di còmputers (accento sulla o e declinazione esclusivamente al plurale) non ho mai capito una mazza.
E quindi anche quando ero ancora in vita, veniva mio figlio e mi diceva hanno pubblicato una foto, un'asta, un catalogo e io dicevo: "guarda guarda". Dicevo, ed ero più ammirato dalle capacità magiche di mio figlio, nel saper manipolare un calcolatore, che della gloria presunta che internet sembrava riservarmi.
Ora che son crepato, non c'è più filtro, navigo in rete e basta, la rete è il mio paradiso, purgatorio e inferno insieme.
Se c'è una vita dopo la morte, beh ho deciso laicamente che è in rete.
Una coscienza del mondo, un calderone di dannati, da cui improvvisamente riemerge una foto, un quadro, un catalogo una frase.
Per esempio tempo fa hanno pubblicato una tesi di laurea dell'università di Venezia, in cui, secondo Gandini, si diceva che tutta l'avanguardia contemporanea era tutta uguale, identica a se stessa, tanto che ad andare a vedere delle mostre collettive, si aveva piuttosto l'impressione di vedere una personale.
Una cosa che io ho sicuramente detto, ma non ho mai scritto e che qualche studente ha solertemente ascoltato
e che ora a distanza di quarant'anni fa emergere tutto il mio pessimo carattere e il disprezzo per la mia contemporaneità.
E io, lo ribadisco, sono semplicemente morto. Morto e basta, non c'è voce, non c'è luce, niente, solo un'eco nella rete.